Venerdì, 16 Giugno 2017

L'EDITORIALE. IL LAVORO, IL PAPA, MATTARELLA E... STALIN

HO LETTO LE PAROLE pronunciate a Genova da Papa Francesco e, non lo nascondo, mi sono emozionato e commosso. Ringrazio “Lavoro Facile” per averle pubblicate: avere sotto gli occhi un testo integrale e cosa ben diversa rispetto ai resoconti che ne hanno fatto i giornali. È un discorso che dovrebbe essere stampato e diffuso nelle parrocchie. Ho l’impressione che questo Pontefice sia rimasto l’unico a capire che cosa significhi oggi per un giovane – e per chiunque – non riuscire a trovare un impiego. Il lavoro è dignità, ha detto. E ha aggiunto che occorre diffidare degli imprenditori che non fanno bene il loro mestiere e temere gli speculatori. Poi quella frase: “L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti”. È difficile ascoltare concetti così chiari e significativi.

QUESTO È IL SENSO della telefonata che ci ha fatto pochi giorni fa Roberto Carlini. L’abbiamo riassunta perché è stata molto lunga e articolata: speriamo di averne interpretato correttamente il senso. Due sono i lettori che si sono fatti vivi dopo l’uscita del numero 11 della nostra rivista con l’intervento di Jorge Mario Bergoglio davanti agli operai dell’Ilva lo scorso 27 maggio. L’altro, Marco Rosselli, pure esprimendo gli stessi pensieri, ha però così concluso la sua e-mail: “Sarebbe bello se chi di dovere facesse tesoro di quelle frasi. Ma non accadrà”.

UNA SETTIMANA PIÙ TARDI, al Quirinale, Papa Francesco e il Presidente Sergio Mattarella sono tornati sul tema del lavoro: “L’occupazione, in particolare tra i giovani, è troppo precaria e poco retribuita”, ha sottolineato Bergoglio. E il capo dello Stato ha aggiunto che “il lavoro deve essere al centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali”.

A memoria, non si ricorda una concordanza di vedute e di intenti tra i due Palazzi. Quale altra voce si deve levare perché l’occupazione diventi una “priorità umana”, come ha auspicato il Pontefice?

A GIUDICARE DAI COMMENTI suscitati da Papa Bergoglio – siamo andati a cercarli sui quotidiani – non è che si siano fatti troppi sforzi. Verrebbe da ricordare Stalin quando, in risposta alle critiche della Santa Sede nei confronti della politica sovietica, dichiarò: “Ma questo Papa quante divisioni ha?”. Vera o inventata che sia questa battuta, il Papa non ha divisioni né può fare di più che indirizzare una sorta di “moral suasion” (pressione morale) a chi ha tra le mani il destino delle persone (governi, partiti, imprenditori, sindacati, istituzioni).

Nel sottofondo dei messaggi che circolano sui social c’è chi, dopo l’invito alla Chiesa che se vuole proteggere gli immigrati può ospitarli in Vaticano, ha ribadito l’assunto: “I soldi che si trovano nelle casse della Santa Sede perché non vengono utilizzati per creare posti di lavoro?”.

È UN MODO TUTTO ITALIANO di gettare la palla in tribuna, girare la testa dall’altra parte, aggirare le questioni. L’immigrazione e il lavoro hanno bisogno urgente di risposte profonde e non di sfondoni. E allora? Quali soluzioni? Bergoglio, per esempio, ha affermato che “una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori”. Naturalmente non di tutti.
È vero? È falso? È comunque un punto da cui partire per sviluppare una riflessione su che cosa abbiamo costruito nel corso dei decenni passati. Certo, il Papa non ha le divisioni per imporre l’argomento con la forza. Ma possibile che non ci sia nessuno che si senta chiamato in causa e che voglia mettere insieme analisi fondate su dati di fatto? È proprio tanto difficile provare ad aprire gli occhi?
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