QUALCOSA SEMBRA muoversi sul versante del pubblico impiego. Anzi molto sembra muoversi, almeno a giudicare dagli annunci che si sono succeduti negli ultimi giorni. Bisognerà vedere quanto di ciò che è stato detto si trasformerà in azioni concrete, ma non c’è dubbio che tante antenne si sono messe in ascolto.
Soprattutto quelle di quei giovani che per anni hanno bussato inutilmente alle porte di ministeri, amministrazioni locali ed enti legati a filo doppio alle strutture dello Stato. Per loro, nel tempo, ci sono stati pochi concorsi e quei pochi spesso non sono andati al di là della formazione di graduatorie. Del resto, con le casse pubbliche agli sgoccioli e con le norme che impediscono una gestione più ampia del turn over finora c’è stato poco da fare.

ADESSO LA STORIA potrebbe cambiare perché nella Pa potrebbe farsi largo la staffetta generazionale. In sostanza, tanti vanno in pensione e – più o meno – altrettanti vengono assunti. Sarebbe un’autentica rivoluzione: siccome entro i prossimi 4 anni saranno 500mila i dipendenti pubblici che lasceranno il lavoro per raggiunti limiti d’età, di conseguenza…
Ricapitoliamo. A metà settembre è stato il sottosegretario alla pubblica amministrazione, Antonio Rughetti, a delineare un percorso che potrebbe portare all’ingresso di migliaia di ragazzi in particolare nei settori della digitalizzazione dei servizi, dei servizi sociali e di alcune professioni sanitarie. L’obiettivo è di cogliere l’occasione per abbassare l’età media dei dipendenti (che è tra le più alte d’Europa) e di inserire nuove competenze.
Se si riuscirà a portare avanti il progetto è stato calcolato che entro il 2018 potrebbero essere assunte 80mila persone più quelle già in calendario nel mondo della scuola.

PER COMPLETARE il quadro c’è da aggiungere che si sta pensando anche “ad anticipare l’uscita dei pensionati, fare un piano dei fabbisogni e un grande concorso per assumere i giovani”. Ciò in deroga alla riforma Fornero che ha innalzato a 67 anni l’età pensionabile.
Secondo il sottosegretario Rughetti “siamo di fronte ad una grande scommessa da fare proprio in questo momento perché la prossima Legge di Stabilità può essere uno strumento non solo dal punto di vista delle risorse, ma anche da quello metodologico”. In sostanza, i punti fermi che finora hanno orientato le scelte della Pa possono essere aggiornati per rimettere al passo la macchina statale (oggi i dipendenti sono più di 3 milioni) che ha bisogno di una profonda trasformazione.

QUANTE POSSIBILITÀ ci sono che la riforma delineata possa andare avanti? Le condizioni generali sono favorevoli: l’economia continua a mandare segnali positivi, i consumi hanno ripreso a salire, e in generale in giro c’è più fiducia. Insomma, le risorse in euro necessarie potrebbero saltare fuori. In questo decisiva sarà la Legge di Stabilità.
Però non si può ignorare che in primavera ci saranno le elezioni che rinnoveranno il Parlamento e quindi il governo. E che, proprio in vista del voto, le parole di Rughetti potrebbero tenere d’occhio più il consenso che altro. Insomma, alle promesse stavolta seguiranno i fatti?.
Intanto, più concretamente, chi è alla ricerca di un impiego può cogliere le indicazioni contenute nelle pagine che seguono (Gucci, Ibm, Italgas, grandi strutture commerciali). Ce ne sono di interessanti e per ogni profilo.

È online il n. 17/2017 di LAVORO FACILE. Leggilo e sfoglialo gratuitamente.

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CI ERAVAMO LASCIATI prima della pausa estiva con la notizia che a settembre molte aziende avrebbero ripreso in mano i programmi di sviluppo. Il titolo di quel Parliamone era: “Nascono ad agosto i posti dell’autunno”. E ora che agosto è alle spalle eccoci a ragionare su che cosa sta accadendo nel mondo del lavoro. A Roma e non solo.
Alcune grandi imprese sono alla vigilia di eventi importanti. Niente di imprevisto, ma in Italia non sempre ciò che viene annunciato si traduce poi in atti concreti. Invece la Rinascente, che ormai fa parte di un gruppo thailandese, sta per aprire il suo maxi store nella Capitale, in via del Tritone/via Due Macelli, e ha rilanciato sul versante delle assunzioni. Così, alle figure già selezionate nei mesi scorsi, se ne stanno per aggiungere altre – essenzialmente addetti alle vendite – necessarie per completare lo staff.
Non è escluso, anzi è assai probabile, che una volta terminata questa fase ci sia bisogno di rafforzare ulteriormente la rete dei dipendenti. Molto dipenderà anche dal successo dell’iniziativa che però pare scontata: situata in un’area strategica della Città Eterna, la struttura non mancherà di esercitare un forte richiamo perché ci sarà molto da vedere e da comprare.

LO STESSO DISCORSO vale per Fico Eataly World che, dal 15 novembre a Bologna, offrirà il meglio dell’enogastronomia made in Italy. Anche in questo caso le possibilità di lavoro non mancano (700 dirette e 3.000 nell’indotto) per un progetto che è unico nel suo genere, tanto che si attendono 5-6 milioni di visitatori l’anno. Le chance a disposizione sono elencate a pagina 30.
Non c’è dubbio che sia la Rinascente sia Fico rappresentano al meglio la volontà di chi ha deciso di scommettere sull’Italia con idee che guardano al futuro e alla sfida dei mercati. Non siamo, insomma, al piccolo cabotaggio, ai piani mordi e fuggi che se vanno bene okay ma se vanno male addio e tanti saluti. C’è da esserne contenti. Intanto prendiamo al volo le chance di impiego che si portano dietro.

LE OPPORTUNITÀ non si fermano qui. Per esempio, ci sono quelle che fanno riferimento al traffico aereo perché la crisi dell’Alitalia ha accentuato l’interesse di altre compagnie per il nostro Paese. Così Ryanair, Volotea e Vueling hanno deciso di rafforzare la loro presenza e hanno accentuato la ricerca di hostess e steward. Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’italiana Air Dolomiti (vedi a pagina 24).

POI I CONCORSI. Congelati da tempo quelli che fanno saltare sulla sedia i giovani alla ricerca di un impiego nel pubblico, ecco che l’altro giorno ne è uscito uno da 209 posti a tempo indeterminato: è l’Enea che apre le porte a diplomati e laureati. Per le domande c’è tempo fino al 3 ottobre (pagina 22).
Da leggere e da annotare, infine, le informazioni contenute nel servizio (pagina 34) dedicato agli aiuti della Regione Lazio a chi è senza lavoro e che può trovarlo magari attraverso la formazione, e del sostegno fino a 490 euro al mese messo a disposizione delle famiglie che versano in situazione di particolari difficoltà. Il governo sta anche mettendo a punto un provvedimento per le imprese che assumono giovani in pianta stabile: 3 anni di contributi previdenziali dimezzati per creare 300.000 nuovi posti. Il programma dovrebbe rientrare nella prossima legge finanziaria. Vedremo se sarà davvero così e se le previsioni si riveleranno esatte.

È online il n. 16/2017 di LAVORO FACILE. Leggilo e sfoglialo gratuitamente con un clic.

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NEL MESE DI AGOSTO le offerte di lavoro rallentano il passo. Non si fermano del tutto e nel nostro sito www.lavorofacile.info continuerete a trovare quelle più importanti, ma non c’è dubbio che molte aziende sono proiettate verso la ripresa di settembre-ottobre quando i ritmi torneranno quelli di prima dell’estate. Per questo siamo andati a bussare alla porta delle imprese per farci dire quali sono i programmi per l’autunno. In alcuni casi si tratta di conferme rispetto agli annunci dei mesi scorsi, ma ci sono anche chance nuove di zecca.

Ne è uscito un quadro che vede Roma ben messa, nel senso che lo opportunità ci sono e riguardano diverse figure professionali. Qualche selezione è già cominciata, altre stanno per prendere il via. Insomma, se è vero che le offerte ora e subito non sono numericamente al top e però anche vero che è adesso che bisogna muoversi. Quindi, prima date un’occhiata al “primo piano” (da pagina 12) e poi, se trovate la mansione che fa per voi, non perdete tempo: inviate a domanda e attendete la chiamata da parte degli uffici del personale.

Ma quegli uffici si faranno vivi? È il dubbio sempre presente quando si spedisce un curriculum. Di sicuro c’è che quei posti ci sono e devono essere assegnati. E se non ci si fa avanti nessuno ci verrà a cercare.

IN GIRO LA DISILLUSIONE è tanta. Pochi giorni fa, un rapporto della Commissione europea ha accertato che tra gli Stati membri l’Italia è in testa alla classifica dei cosiddetti “neet”, cioè quei ragazzi che non studiano, non lavorano e non seguono corsi di formazione. Il rapporto è uno su cinque, ed è il valore più alto tra i 28 Paesi dell’Ue.

Spesso le statistiche non vengono prese sul serio: ci si dà uno sguardo, giornali e televisioni intervistano gli esperti che – come in questo caso – rilanciano la preoccupazione, e poi si volta tranquillamente pagina.

LE QUOTE DI “NEET” (in inglese “not in employment, education or training”) tra i ragazzi di 15-24 anni è del 19,9%, appunto uno su cinque. C’è da dire, per la verità, che nel 2013 i “neet” erano il 22,2%. Il miglioramento che c’è stato si fa risalire in gran parte a Garanzia Giovani pensata proprio per ridurre la platea di chi, in sostanza, ha deciso di non esistere. Ma ci si aspettava di più. Bene l’orientamento, bene ragionare di posti possibili, bene anche le possibilità di tirocinio. Ma se il discorso finisce qui non è che si sia risolto granché.

C’È ANCHE DA RIBADIRE che il mondo delle imprese non se l’è mai sentita di azzardare più di tanto. Quando c’erano gli incentivi, le assunzioni si sono fatte. Ridotti gli incentivi, anche le assunzioni si sono ridotte. Il messaggio è chiaro: se lo Stato paga le porte si aprono, se lo Stato non paga le porte si richiudono.

Di questo passo la svolta non arriverà mai. In sostanza, gli incentivi non sono vincenti se l’economia non riparte e se – come sostengono ormai in molti – non si mette l’universo della produzione nelle condizioni di competere sul versante della “costruzione” della busta paga.

Dopo l’estate, nella prossima Legge di Bilancio, il governo dovrebbe tagliare il cuneo fiscale, cioè le tasse che gravano sul lavoro, per stimolare l’occupazione. Dopo tante promesse potrebbe essere la volta buona. Se così sarà, si annuncia un passaggio di anno quanto mai interessante. E ai posti già in cantiere se ne potrebbero aggiungere altri.

Con questo numero, come tutti gli anni, la rivista online “Lavoro Facile” si prende un breve periodo di pausa. Arrivederci all’inizio di settembre. A tutti buone vacanze.

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PRIMA C’ERANO STATE valanghe di domande per qualche centinaia di posti di bidello. Ed è stato così anche quando il Comune di Roma, anni fa, ha messo a concorso quasi 2.000 contratti.

I concorsi delle pubbliche amministrazioni, cioè il posto fisso, hanno sempre attirato folle di concorrenti. Ma ciò che è accaduto in queste settimane ha battuto ogni primato: per 30 posti di vice-assistente in Banca d’Italia sono state presentate 85.000 domande, e gli aspiranti alle  800 opportunità di cancelliere di tribunale hanno sfondato quota 300.000. Infine, per 300 infermieri a Genova si sono presentati in 12.000.

IL FATTO È CHE, RISPETTO ad un passato anche recente, i bandi sono diminuiti, e quando ne viene pubblicato uno di una certa importanza tutti ci si buttano a razzo. Magari anche chi non ha tutti i requisiti in regola. Lo stesso succede anche nelle aziende private. Un imprenditore ci ha parlato delle difficoltà incontrate nel corso di una selezione indetta per trovare informatici con esperienza e in grado di parlare il tedesco. Ebbene – ci ha raccontato – si sono presentati in tantissimi ma quasi nessuno conosceva davvero la lingua.

DIAMO PURE PER SCONTATO che tra gli 85.000 o tra i 300.000 ci sia chi non abbia le caratteristiche richieste, ma c’è da scommettere che la gran parte potrebbe tranquillamente prendere servizio. Si dirà: i concorsi sono fatti apposta per premiare il merito. Cioè chi è più bravo merita di andare avanti.

Ed è giusto. Ma allora perché se si chiede in giro che cosa si pensa dei concorsi la risposta è quasi sempre la stessa: tanto i vincitori si sanno in partenza. Tradotto: chi ha santi in paradiso li adopera e agli altri restano le briciole.

VERO O FALSO? È vero che non sono pochi i concorsi finiti sulle secche di ricorsi e contestazioni e che per questo sono fermi in attesa di giudizio. Se ne è discusso molto in questi giorni e nel mirino è finito lo stesso concetto di concorso.

Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, ha quindi fatto bene a ricordare sul “Corriere della Sera” che nel 1946 i nostri costituenti erano preoccupati della imparzialità e della competenza degli impiegati pubblici: “Avevano sotto gli occhi le nomine per meriti fascisti e una pubblica amministrazione spesso composta di personale poco qualificato, scelto privilegiando compagni di cordata, commilitoni, camerati. Si ispirarono, allora, a due criteri. Il primo era quello della eguaglianza delle opportunità: se c’è un posto libero, questo non deve essere riservato a qualche privilegiato; si deve dare a tutti la possibilità di accedervi. Il secondo era quello della competenza: nella scelta, da fare in concorrenza, bisognava premiare i capaci e i meritevoli (come dice un altro articolo della Costituzione)”.

CIÒ CHE ORA APPARE è che passo dopo passo, come spesso capita in Italia, ci si è allontanati da quella visione. Bisognerebbe tornare indietro solo che, nel frattempo, il mondo è andato avanti. Di conseguenza – fermo restando quei principi – occorre introdurre meccanismi che rendano i concorsi davvero “scalabili” e che tengano conto delle esigenze di una società e del problema lavoro profondamenti cambiati.

Ci sono conoscenze e saperi che oggi non fanno parte delle prove d’esame dei concorsi dove prevale un nozionismo fine a se stesso. Per questo si deve cambiare, senza però buttare il bambino con l’acqua sporca, come ha scritto Cassese.

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UN PAIO D’ANNI fa l’Istituto Giuseppe Toniolo, in collaborazione con l’Università Cattolica e con il sostegno di Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo, accertò che il 61% dei giovani italiani era pronto a emigrare all’estero per cercare lavoro e che l’83,4% era disposto a cambiare città per lo stesso motivo. Alessandro Rosina, tra i curatori della ricerca, precisò che negli ultimi tempi il quadro era decisamente cambiato: “Non più connazionali che prendono il treno un po’ spaesati e con al braccio la valigia di cartone, ma ragazzi dinamici, intraprendenti, affamati di nuove opportunità e con un tablet pieno di appunti, di progetti e di sogni da realizzare… la generazione dei millennials considera del tutto naturale superare i confini anche per non rassegnarsi a rimanere a lungo disoccupata o fare lavori sottopagati”.

Il rapporto ottenne una buona attenzione perché modificò l’immagine dei nostri giovani scarsamente interessati alla mobilità e piuttosto rassegnati alla disoccupazione pur di non lasciare la propria città e la propria famiglia. Da allora il perdurare della crisi ha fatto ulteriormente sbiadire quell’identikit: in sostanza, ovunque ci sia un posto che vale gli studi effettuati non c’è problema a saltare sul primo aereo e arrivederci. Già, perché poi la speranza è quasi sempre quella di tornare.

IN REALTÀ TRA IL DIRE E IL FARE c’è di mezzo il mare. I programmi messi in campo per il cosiddetto “rientro dei cervelli” non hanno dato finora i risultati immaginati e, in più, si sono riaccesi i riflettori sullo scollamento tra il mondo dell’istruzione e quello del lavoro. Una storia antica che ogni tanto riaffiora e che fa male in quanto fa capire come il tempo passa ma non passano le criticità. In sostanza: il sistema formativo funziona ma è l’industria che non sarebbe in grado di utilizzare ciò che esce dalle aule.
Le cose, però, non starebbero così. In questi giorni si è parlato del divario tra ciò che si apprende a scuola e ciò di cui ha bisogno la produzione. Lo spunto lo ha fornito un’analisi di Confindustria di Bergamo (la seconda provincia industriale d’Europa, dopo Brescia) secondo la quale – come ha messo in rilievo Maurizio Ferrera sul “Corriere della Sera” – “i neoassunti sono scarsi in matematica di base, non parlano bene l’inglese né altre lingue straniere. Anche l’informatica e l’italiano scritto lasciano a desiderare. Le carenze più gravi riguardano la capacità logica, l’attitudine alla leadership, la creatività”.

Tanto che la disoccupazione giovanile sarebbe legata in maniera decisiva al divario tra le competenze maturate a scuola e quelle richieste dal sistema produttivo. Nel concreto, se non ci fosse questo divario la disoccupazione fra i 15 e i 29 anni potrebbe ridursi dal 28% al 16%. “Al Nord – aggiunge Ferrera – non si trovano laureati in ingegneria e altre discipline scientifiche. Al Sud mancano diplomati con buona formazione da inserire nel turismo, nei servizi culturali, sanitari e sociali”.

CERTO, LE STATISTICHE non sono la verità rivelata ma un’idea riescono a darla. E, nonostante correzioni e riforme, non c’è dubbio che il problema scuola-lavoro sia un problema. E siccome se ne discute non da oggi significa che qualcosa nel profondo non funziona. O funziona troppo poco. Fermo restando che una risposta bisognerebbe provare a fornirla a quei ragazzi con diploma o laurea che conoscono più lingue, hanno fatto esperienze all’estero ma non riescono a battere un chiodo. Se ci sono imprese interessate siamo pronti a fornire indirizzi e telefoni.

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HO LETTO LE PAROLE pronunciate a Genova da Papa Francesco e, non lo nascondo, mi sono emozionato e commosso. Ringrazio “Lavoro Facile” per averle pubblicate: avere sotto gli occhi un testo integrale e cosa ben diversa rispetto ai resoconti che ne hanno fatto i giornali. È un discorso che dovrebbe essere stampato e diffuso nelle parrocchie. Ho l’impressione che questo Pontefice sia rimasto l’unico a capire che cosa significhi oggi per un giovane – e per chiunque – non riuscire a trovare un impiego. Il lavoro è dignità, ha detto. E ha aggiunto che occorre diffidare degli imprenditori che non fanno bene il loro mestiere e temere gli speculatori. Poi quella frase: “L’obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti”. È difficile ascoltare concetti così chiari e significativi.

QUESTO È IL SENSO della telefonata che ci ha fatto pochi giorni fa Roberto Carlini. L’abbiamo riassunta perché è stata molto lunga e articolata: speriamo di averne interpretato correttamente il senso. Due sono i lettori che si sono fatti vivi dopo l’uscita del numero 11 della nostra rivista con l’intervento di Jorge Mario Bergoglio davanti agli operai dell’Ilva lo scorso 27 maggio. L’altro, Marco Rosselli, pure esprimendo gli stessi pensieri, ha però così concluso la sua e-mail: “Sarebbe bello se chi di dovere facesse tesoro di quelle frasi. Ma non accadrà”.

UNA SETTIMANA PIÙ TARDI, al Quirinale, Papa Francesco e il Presidente Sergio Mattarella sono tornati sul tema del lavoro: “L’occupazione, in particolare tra i giovani, è troppo precaria e poco retribuita”, ha sottolineato Bergoglio. E il capo dello Stato ha aggiunto che “il lavoro deve essere al centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali”.

A memoria, non si ricorda una concordanza di vedute e di intenti tra i due Palazzi. Quale altra voce si deve levare perché l’occupazione diventi una “priorità umana”, come ha auspicato il Pontefice?

A GIUDICARE DAI COMMENTI suscitati da Papa Bergoglio – siamo andati a cercarli sui quotidiani – non è che si siano fatti troppi sforzi. Verrebbe da ricordare Stalin quando, in risposta alle critiche della Santa Sede nei confronti della politica sovietica, dichiarò: “Ma questo Papa quante divisioni ha?”. Vera o inventata che sia questa battuta, il Papa non ha divisioni né può fare di più che indirizzare una sorta di “moral suasion” (pressione morale) a chi ha tra le mani il destino delle persone (governi, partiti, imprenditori, sindacati, istituzioni).

Nel sottofondo dei messaggi che circolano sui social c’è chi, dopo l’invito alla Chiesa che se vuole proteggere gli immigrati può ospitarli in Vaticano, ha ribadito l’assunto: “I soldi che si trovano nelle casse della Santa Sede perché non vengono utilizzati per creare posti di lavoro?”.

È UN MODO TUTTO ITALIANO di gettare la palla in tribuna, girare la testa dall’altra parte, aggirare le questioni. L’immigrazione e il lavoro hanno bisogno urgente di risposte profonde e non di sfondoni. E allora? Quali soluzioni? Bergoglio, per esempio, ha affermato che “una malattia dell’economia è la progressiva trasformazione degli imprenditori in speculatori”. Naturalmente non di tutti.
È vero? È falso? È comunque un punto da cui partire per sviluppare una riflessione su che cosa abbiamo costruito nel corso dei decenni passati. Certo, il Papa non ha le divisioni per imporre l’argomento con la forza. Ma possibile che non ci sia nessuno che si senta chiamato in causa e che voglia mettere insieme analisi fondate su dati di fatto? È proprio tanto difficile provare ad aprire gli occhi?
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SE IL FARMACEUTICO tiene, il turismo non se la passa male e qualche grande azienda ha deciso di investire nel Lazio (Amazon per esempio), per il resto sembra essere cominciata una sorta di grande fuga. E stavolta non solo di cervelli. I nomi di chi ha deciso di abbandonare Roma – o ci sta pensando – non sono di poco conto: dalle redazioni di Sky e di Canale 5 alla Esso. Poi ci sono le aziende in crisi: da Alitalia ad Almaviva a tante altre che magari sono meno conosciute ma che comunque lasciano sul terreno molti posti di lavoro.

SE SI AGGIUNGE che l’edilizia e i lavori pubblici sono sostanzialmente fermi e che il commercio risente delle minori capacità di spesa delle famiglie ecco che il panorama non è certo da salti di gioia.

Certo, nei prossimi mesi ci sono appuntamenti significativi che vanno in tutt’altra direzione: l’apertura della nuova Rinascente in via del Tritone con un migliaio di contratti in ballo, il rilancio delle attività congressuali grazie a un accordo tra Confesercenti, Federalberghi, Confcommercio e Unindustria, l’insediamento un po’ più in là del terzo centro Ikea, gli ingressi programmati nelle Ferrovie dello Stato e in Ntv, lo sblocco delle assunzioni nelle pubblica amministrazione compreso il concorso per 1.148 agenti di polizia. E – come si può leggere nelle pagine che seguono – il Gruppo Cremonini ha annunciato l’apertura di altri ristoranti, Coop Italia ha pianificato il rafforzamento del personale della rete vendita, e il settore dell’accoglienza è a caccia di centinaia di figure professionali. Non tutte le opportunità hanno lo stesso peso specifico, nel senso che firmare un tempo indeterminato o un impegno stagionale non è la stessa cosa. Però…

SECONDO MAURIZIO STIRPE, vicepresidente di Confindustria, bisognerebbe avere una visione per capire come stimolare la crescita della Capitale e della Regione. E tra gli imprenditori le critiche “all’immobilismo assoluto sulle partite che contano” si moltiplicano.

A Repubblica un noto capo d’azienda si è spinto più avanti: “È evidente che nessuno vuole salvare questa città e che tutti, politici compresi, stanno tirando la volata a Milano. Un atteggiamento decifrabile anche da come sono stati trattati diversamente due grandi scandali giudiziari: Mafia Capitale e le infiltrazioni mafiose nell’Expo. Il primo è diventato un infamante marchio di fabbrica per Roma, il secondo un’occasione di pulizia e di rilancio per Milano”.

MANCA, PARE DI CAPIRE, un progetto complessivo di indirizzo all’interno del quale convogliare iniziative e progetti di sviluppo. A chi spetterebbe questo compito? Già, a chi spetterebbe? Dal momento che per adesso non ci sono medaglie da appuntarsi sul petto, ecco che allora ognuno cerca non tanto di guardare al futuro ma di evitare da fare da bersaglio. Insomma, prima non prenderle perché se si finisce nel mirino c’è il rischio di perdere prestigio e credibilità. Ed elettori, nel caso dei partiti.
Alzi la mano chi ha capito la direzione di marcia che Roma si è data. Che cosa si sta facendo per costruire una nuova immagine della Capitale? Quali forze si stanno mobilitando per imprimere la svolta? Che cosa dire ai giovani alla ricerca di occupazione che ancora non riescono a individuare da dove possa arrivare la soluzione del rebus? Avere una visione può non essere il toccasana. Ma non averla significa restare nelle sabbie mobili.
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NEGLI STUDI LE RAGAZZE RIESCONO meglio dei ragazzi e le laureate battono i laureati. Nel lavoro sono più affidabili. Nella ricerca applicata arrivano a risultati migliori. E così via. Poi c’è l’altra faccia della medaglia. Nonostante queste credenziali, quando le donne entrano nel mondo dell’occupazione il panorama cambia bruscamente. Stipendi inferiori anche a parità di ruolo, carriere sempre in forse, discriminazioni di vario tipo.
Non è una novità. Ogni tanto se ne parla, si accendono dibattiti, intervengono un po’ tutti: economisti, sociologi, giuslavoristi… Intendiamoci, nel tempo qualcosa è cambiato in meglio. Ci sono più donne nei consigli di amministrazione e nelle posizioni apicali, e in giro le opportunità si sono moltiplicate. Com’è giusto.
Ma resta il divario con gran parte dei Paesi europei. E non è di poco conto tanto che i raffronti sono spesso imbarazzanti. Altrove il merito è il merito e le corsie preferenziali di genere non fanno parte del meccanismo.

Certo, ci sono le eccezioni ma la tendenza è questa. Per recuperare i progetti non mancano ma per uno che diventa realtà altri continuano a girare da un ufficio all’altro, tra una verifica e l’altra, tra una modifica e l’altra con il rischio del ritorno alla casella di partenza.

POCHI GIORNI FA È STATO CALCOLATO quanto vale il lavoro che le donne svolgono a casa per mandare avanti la famiglia. Le mamme e le mogli, se dovessero battere cassa come qualsiasi professionista e considerate le retribuzioni di riferimento, potrebbero mettersi in tasca dai 3.000 ai 4.000 euro al mese.

E allora? Allora è semplice: se si è in presenza di un lavoro – ed è così – occorre ragionarci sopra, porsi delle domande e, se si vive in una società matura, provare a tirare fuori delle risposte. Per essere chiari: non sarebbe male riconoscere questa attività in maniera seria e non compensarla con le “mancette” previste dalle norme in vigore.

MA SI VIVE IN UNA SOCIETÀ MATURA? Le difficoltà in cui da anni si dibatte l’Italia non aiutano. Altre urgenze bussano alle porte: la crescita che stenta, l’occupazione (soprattutto dei giovani) che non decolla, una profonda riconversione del tessuto produttivo da portare a termine, l’individuazione di un percorso in grado di consentirci di competere come nazione sui mercati globali. È quello che si chiama “fare sistema”: non possiamo farne a meno ma ne siamo ancora lontani.

TUTTO CIÒ AI RAGAZZI NON PIACE. I neolaureati, per una quota pari al 49%, sono pronti a trasferirsi all’estero e il 52% a cambiare città pur di trovare condizioni di lavoro più favorevoli. Secondo Almalaurea, poi, un tirocinio al di là dei confini aumenta sensibilmente le possibilità di incrociare l’impiego giusto.

Intanto, che cosa offre l’Italia? In attesa del concorso per allievi agenti di polizia che non sarà più riservato a chi proviene dalle forze armate, il servizio civile da nazionale e diventato universale e si rivolge a 50.000 ragazzi. Alla Fiat di Cassino servono 500 tra operai, tecnici e ingegneri e Zoomarine ha bisogno subito di 109 figure, mentre restano pochi giorni per candidarsi a uno dei 250 posti di funzionario messi in palio dal ministero dell’Interno.

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C’È UN FILO ROSSO CHE UNISCE “Lavoro Facile” e “Turismo Facile”, le nostre riviste online che escono con cadenza quindicinale. Il fio rosso sono le possibilità di impiego legate all’industria dell’accoglienza: vale a dire che viaggi e soggiorni richiedono – com’è ovvio – personale in grado di organizzarli e gestirli. E, per trovarlo, questo è il periodo dell’anno più propizio.

Alberghi, ristoranti, spiagge a attrazioni varie devono completare gli organici in vista di un’estate che si annuncia particolarmente interessante: le prenotazioni, in particolare dall’estero, si stanno accumulando e anche gli italiani sembrano orientarsi con più convinzione verso mete “tricolori”. Insomma, meno itinerari al di là dei confini e riscoperta (o scoperta) delle nostre località, magari di quei borghi carichi di storia e di bellezze paesaggistiche.

I POSTI DI CUI PARLIAMO in questo numero sono quelli che provengono dalla Riviera Romagnola: 2.300 opportunità tra camerieri, cuochi, barman, commesse e commessi, manutentori, portieri d’albergo, parrucchieri, e così via.

Certo, si tratta di contratti a tempo determinato, da subito e fino alla fine di settembre, anche se si può continuare passando dal mare alle strutture sulla neve. Però per tanti giovani può essere un modo per entrare nel mondo del lavoro e per cominciare ad arricchire il curriculum. Ma ci sono chance anche per chi ha un profilo professionale già ben definito: non a caso gli stipendi oscillano tra i 1.000 e i 2.500 euro al mese.

NEI SERVIZI CHE SI POSSONO leggere su “Turismo Facile” ci sono ulteriori conferme di quel filo rosso. Ponza si appresta anche quest’anno al tradizionale pienone e ha necessità, seppure in misura inferiore, degli stessi profili che servono alla Riviera Romagnola, mentre Venzone – che ha vinto il titolo di borgo dei borghi – potrebbe battere il primato delle presenze turistiche.

Vacanze sotto l’ombrellone e vacanze all’insegna della cultura: ecco la proposta che può funzionare di più. Ci sono luoghi che meritano una visita e che a volte nemmeno si conoscono. Chi sapeva di Venzone prima del premio? Molti a giudicare dalle migliaia che vi si recano ogni anno, ma non moltissimi come sarebbe giusto. Questi borghi sono un’autentica risorsa da affiancare alle mete più tradizionali che, nel frattempo, rischiano di non farcela più alle prese come sono con un turismo di massa che pone problemi di difficile soluzione.

TRA L’ALTRO NEI PICCOLI BORGHI, proprio in virtù delle loro dimensioni, ancora non ci sono quei grovigli che sono tipici delle grandi città. Roma, per esempio, viene criticata per una scarsa capacità di pianificazione, per un fai-da-te che aggiunge confusione a confusione, per i trasporti pubblici non all’altezza, per il centro dove l’espansione incontrollata del commercio ha messo in un angolo le botteghe e i prodotti di qualità.

Ma anche Roma, in questo periodo, offre buone occasioni di lavoro. Ne abbiamo dato notizia nei numeri scorsi e continueremo a farlo. Nell’ambito del turismo e dell’occupazione, vale la pena leggere che cosa sta accadendo a Bologna dove tra pochi mesi, subito dopo l’estate, aprirà un’autentica cittadella del cibo: 80.000 metri quadrati, un investimento di 80 milioni di euro, 6 milioni di visitatori l’anno. Come funzionerà e di quante persone ci sarà bisogno ce lo spiega Oscar Farinetti, il patron di Eataly che è anche il promotore del progetto. È una parte dell’Italia che va e che guarda con speranza al futuro.

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CON L’IMMINENTE ARRIVO della bella stagione si riaprono, come ogni anno, tanti posti di lavoro nell’industria dell’accoglienza, che significa in particolare alberghi e ristoranti. Le previsioni sono buone, anche se non tutti i dati concordano nel senso che c’è chi è sicuro di un balzo in avanti dei flussi in entrata e chi, invece, parla di una crescita modesta lontana dagli exploit dei tempi d’oro.

L’Italia, comunque, sta provando a ripartire. Si è finalmente capito che, come richiamo, le nostre risorse storiche, artistiche e culturali ancora funzionano ma che ci vuole anche altro. Per esempio, eventi in grado di incuriosire, città all’altezza delle aspettative, imprenditori capaci di fare sistema e di battere la concorrenza con le idee, l’organizzazione e le proposte. Ormai il mondo interconnesso consente paragoni immediati, ed è qui che si deve combattere la prima battaglia. Poi è decisivo che alle parole seguano i fatti ma ciò – siamo sinceri – non sempre succede.

NEL TURISMO LE POSSIBILITÀ di impiego ci sono. Lo abbiamo scritto nei numeri scorsi, con le indicazioni utili per chi vuole farsi avanti. In qualche modo l’argomento continua anche nelle pagine che seguono perché nel primo piano (da pagina 12) l’attenzione è puntata sul trasporto aereo.

Le chance sono davvero tante (assistenti di volo, piloti, ingegneri, amministrativi) e in gran parte riguardano i vettori low cost che stanno monopolizzando il mercato e che, tra l’altro, hanno contribuito ad accelerare la crisi dell’Alitalia che non è stata in grado di mettere in campo strategie capaci di contrastare la politica delle tariffe superscontate.

Il recentissimo accordo, che ha impedito l’uscita di scena della nostra ex compagnia di bandiera, ha salvato molti dipendenti, però adesso è urgente imboccare la strada giusta con piani capaci di dare un futuro ad un’azienda che è stata costretta a sopportare una serie infinta di errori e la mancanza di visioni in linea con i mutamenti che hanno cambiato il volto del trasporto aereo.

C’È UN ALTRO COMPARTO che, così come quello aereo, si è trovato in mezzo a non poche difficoltà. È quello bancario che, in verità, non è uscito del tutto dalle sabbie mobili, almeno per quanto riguarda alcuni istituti di credito che sono ancora alla ricerca di nuovi equilibri (ma intanto un’infinità di correntisti ci ha rimesso l’osso del collo).

Ebbene, anche in questo caso ci sono banche che hanno avviato la selezione di giovani diplomati e laureati (pagina 18) nel quadro di quel ricambio generazionale che è nei programmi dell’intero settore. La ragione è nota: in cambio di pensionamenti e prepensionamenti concordati e incentivati, c’è l’assunzione di forze fresche più sensibili all’introduzione dei processi tecnologici.

Tenendo conto di chi va e di chi viene, l’operazione punta a diminuire di un bel po’ il personale e a riportare i bilanci sotto controllo. Le intese sottoscritte con i sindacati garantiscono che nessuno resterà in mezzo alla strada e che si riuscirà ad abbassare l’età media del personale (tra le più alte in Europa).

Occhio anche a McDonald’s (pagina 25) mentre qualcosa si muove pure sul versante della Rai, un’altra azienda dove le acque sono spesso agitate. Di chi c’è necessità si può leggere a pagina 22.

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